
La mia Vita negli Archivi
12 Marzo 2026«Io non posso vivere che nella mia terra; non posso vivere senza mettere in essa piedi, mani, orecchie, senza sentire la circolazione delle sue acque e delle sue ombre, senza sentire come le mie radici cercano nelle zolle le sostanze materne.»
Pablo Neruda
Quali parole meglio di queste, tratte dal libro di memorie di Pablo Neruda Confesso che ho vissuto, possono descrivere l’attaccamento di un uomo alla sua terra natia. Quali parole meglio di queste possono raccontare il forte legame che unisce Vincenzo alla “sua Isola”, l’Elba ed in particolare Patresi, piccola frazione della costa occidentale, dove è nato e cresciuto. Questa Terra impervia, selvaggia, incontaminata… a tratti dolce a tratti aspra, Terra “atavica” di indescrivibile bellezza, plasmerà la sua crescita, lasciando un’impronta indelebile nel suo Io più profondo. Ogni esperienza, sfida, emozione ha contribuito a “forgiarlo”, rendendolo l’uomo che è oggi.
Con gli occhi velati di nostalgia, Vincenzo Anselmi si lascia trasportare dai ricordi, ripercorrendo uno spaccato di vita appartenuto al passato, ma sempre vivido nella sua memoria. Immagini, emozioni… tornano a vivere dentro di lui con intensità, facendolo sentire ancora parte integrante di quel mondo lontano dove la vita era scandita dal ritmo dell’agricoltura e della pastorizia. Testimonianza di quel mondo i vecchi muretti a secco, “sentinelle silenziose” che narrano storie di fatica e sudore, di mani callose e di cuori pieni di devozione, costruiti pietra su pietra, su pendii scoscesi da contadini che hanno donato il loro tempo e la loro vita alla terra. Custodi di questa preziosa eredità rurale che vive nel silenzio delle pietre, Vincenzo ed il figlio Matteo, degno erede dei suoi insegnamenti, affiancati da un gruppo di volontari, hanno ricostruito con amore e dedizione tratti di muretti franati. Ogni pietra posata è un ricordo che ritorna, un pezzo di storia che si interpone, un legame che si rinsalda tra passato e presente, tra padri e figli, tra terra e cielo. Il pensiero scorre veloce lungo il filo del ricordo a quando bambino trascorreva, insieme al nonno e alla mamma, intere giornate nei campi tra le reste di cipolle a separare il seme dalla pula, o tra le vigne a ripulire le viti da cui nascevano grappoli di uva succosa, o durante l’autunno a raccogliere le castagne, per secoli il “pane dei poveri”. Una parte di questi frutti veniva venduta ai commercianti di Portoferraio, rappresentando un’importante fonte di guadagno per la famiglia, mentre il resto veniva macinato per ricavarne la farina, elemento fondamentale per la sopravvivenza in quegli anni difficili, quando ogni risorsa della natura era preziosa. L’isolamento, che per secoli ha “avvolto” questo piccolo lembo di terra, lo ha reso un mondo a sé, “scrivendone” la storia, la cultura, l’economia e l’unicità. Nell’era della globalizzazione, recuperare e valorizzare l’identità e il patrimonio culturale di una comunità, per Vincenzo significa non solo preservarne la memoria storica, ma anche gettare le basi per un futuro che educhi i giovani ad apprezzare le proprie origini, sentirsi parte di un territorio e promuovere uno sviluppo sostenibile e responsabile, volto a valorizzare le risorse locali e le produzioni autoctone. Proprio perché questo bene comune non vada perso, Vincenzo organizza per le scuole elementari incontri didattici. L’Isola non è più quella di una volta! Quando Vincenzo era piccolo, la strada asfaltata che oggi collega Patresi con il resto dell’Elba, alla cui costruzione ha contribuito in parte anche il padre minatore, non esisteva. Il paesaggio era caratterizzato da stradine strette, sterrate e tortuose. Ogni spostamento era un’avventura. Non a caso l’unica bottega del piccolo borgo era situata sul molo, dove era più facile arrivare via mare che non via terra. Gli unici mezzi di trasporto erano il mulo e la lambretta. Gli abitanti di Patresi raggiungevano il paese di Marciana, percorrendo con gli asini una vecchia mulattiera che passava da Serra Ventosa, località impervia dove il nonno pastore aveva i caprili. Ancora oggi Vincenzo si alza presto per vedere il sorgere dell’alba sulle vette dei monti che sovrastano Patresi, e ripercorre quegli stessi sentieri che faceva con il nonno Oreste. Il suo non è un semplice cammino, ma un “percorso sensitivo” intriso di ricordi, essenze, colori… durante il quale si lascia avvolgere dai profumi del lentisco, del timo, della lavanda selvatica, mentre lo sguardo si perde nelle bellezze della macchia mediterranea, “respira” la rugiada, tocca le pietre di granito che emanano il calore assorbito il giorno prima dal sole, sente la vita pulsare intorno a sé e “protetto nel grembo della madre terra”, ne diviene parte inscindibile. Il Santuario della Madonna del Monte, luogo di raccoglimento e di fede, e il Faro di Punta Polveraia, situato sul promontorio di Patresi – un tempo postazione strategica per l’avvistamento delle navi turche che navigavano nel canale di Corsica – sono i suoi “rifugi” del Cuore. Spesso Vincenzo si reca al Faro, “sentinella del tempo”, e qui nel silenzio dell’orizzonte si lascia rapire dal tramonto che “accarezza l’anima”. Con il passare del tempo, l’Isola ha cambiato volto e da realtà rurale quale era alla fine degli anni ’50, è divenuta, oggi, una meta turistica rinomata che accoglie visitatori da tutto il mondo. Anche la vecchia casa di famiglia, dove Vincenzo viveva con i nonni e i genitori, si è trasformata negli anni ’70 in una locanda e successivamente nell’attuale Hotel Belmare. In questo posto incantevole gli ospiti, oltre a godere della “poesia” e dell’autenticità del luogo, vengono “rapiti” da Vincenzo che ama narrare storie della sua terra, aneddoti della sua infanzia, tradizioni culinarie con il loro patrimonio di sapori, tecniche di preparazione e antichi rituali. La vera imprenditrice dell’attività è stata sua madre e la scelta di Vincenzo di frequentare la Scuola Alberghiera a Portoferraio non è stata casuale, ma dettata dalla necessità e dal desiderio di affiancare la mamma nella conduzione dell’Hotel, successivamente da lui gestito con successo. Con la perdita dei nonni, in un mondo che cambia velocemente, si è fatta sentire sempre più forte la volontà di preservare e trasmettere il patrimonio culturale ereditato dai suoi antenati. Questo desiderio è la scintilla che ha acceso in lui la passione per il recupero della Cipolla di Patresi, ortaggio in via d’estinzione della quale ha parlato in occasione della trasmissione Geo & Geo. Con il prezioso contributo del Dott. Agostino Stefani dell’Università Sant’Anna di Pisa, è partito un progetto volto al ripristino, alla conservazione e alla distribuzione di questo antico seme ad alcuni agricoltori. Oggi la cipolla di Patresi viene coltivata anche allo Schiopparello, località nei pressi di Portoferraio e in un vivaio del capoluogo elbano con una produzione di varie decine di migliaia di piante. Un tempo protagonista indiscussa della cucina povera elbana, la ritroviamo in molti piatti proposti da Vincenzo nel suo ristorante, quali il totano con le cipolle, la frittata di cipolle, le cipolle alla brace, lo spezzatino, le insalate con la cipolla cruda, la confettura… Ogni ricetta è uno “scrigno di storia” che affonda le radici nella cultura contadina, intrecciata alle stagioni, ai cicli della vita a testimoniare il forte legame che unisce l’uomo alla terra, il forte legame che unisce Vincenzo alla “sua Isola”.
L’articolo, pubblicato nel magazine di promozione turistica Elba Per2 e non solo… Edizione 2025/2026, è stato scritto da Alessandra Tozzi



