
GABRIELE MESSINA Elba Magna e il “Gusto” di un ‘Isola
14 Agosto 2026Da BBPR a Giò Ponti, da Emilio Isotta a Gabetti e isola... L'Elba come laboratorio nascosto dell'architettura moderna.
L’Elba la conosciamo tutti: il blu che cambia tra mattina e tramonto, le piante che profumano di resina, i sentieri di pietra e di ferro che raccontano miniere e mare. Ma esiste anche un’altra Elba, meno evidente, che non si annuncia con un cartello o con un belvedere “ufficiale”. E’ l’Isola che, dal Novecento in poi, ha attirato architetti e artisti di primo piano, lasciando tracce spesso discrete ma preziose: idee di paesaggio, di vacanza, di modernità. Una storia che non si raccoglie tutta in un museo e che spesso non si vede da vicino, perché molte opere sono privare; ma proprio per questo assomiglia alle narrazioni più vere, quelle che si scoprono poco a poco, imparando a guardare.
Per capire come l’Elba entri nella storia dell’architettura moderna bisogna partire da 1940, quando lo studio BBPR, fondato a Milano nel 1932 da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Beressutti, Ernesto Nathan Rogers, pubblica su Domus un piano turistico per l’Isola. E’ un passaggio decisivo. L’Elba non è più solo una meta, ma un progetto: coste crinali accessi e vuoti vengono letti come un sistema da rispettare. Da lì nasce una nuova idea di paesaggio, da trattare con intelligenza. In questo clima, pochi anni dopo, prende forma uno degli episodi più raffinati della modernità elbana: Villa Acquarilli, progettata nel 1948 da Guglielmo Mozzoni con Luigi Ghidini per Lionello Santi e Franca Invernizzi. Organizzata attorno ad un patio centrale con un tetto vetrato scorrevole, la casa dominava allora il paesaggio roccioso dei golfi di Lacona, traducendo in forma colta un’idea essenziale di mediterraneità. Ma Acquarilli fu anche un luogo di vita mondana e culturale: legata alla figura di Santi, produttore cinematografico, divenne una residenza frequentata da attori, cantanti e personalità dello spettacolo, al punto da essere ricordata come una piccola “succursale di cinecittà”. Eppure, a metà degli anni Cinquanta, arriva anche il colpo di teatro. Nel 1956, all’Hotel del Golfo di Procchio, l’ospitalità incontra due nomi centrali del design e dell’arte contemporanea: Osvaldo Borsani per l’allestimento e Lucio Fontana per un “soffitto spaziale” pensato per la sala da pranzo. E’ un episodio quasi cinematografico: cenare in vacanza sotto un’opera d’avanguardia, in un’Italia che sta costruendo il proprio futuro e in cui la modernità è ancora una promessa. Quell’Opera poi avrà una seconda vita al Museo del Novecento di Milano, dove un frammento dell’Elba, letteralmente, viaggia e si fa storia nazionale.
Poco dopo, tra il 1958 e il 1960, ,a modernità assume una forma più intima e insieme più potente: quella della Villa d’Autore. Leonardo Ricci realizza la Villa Balmainnel Comune di Marciana. Qui l’architettura sembra voler rinunciare alla “bella facciata” e cercare invece una simbiosi con la topografia: materiali, curve, masse che non si impongono come un oggetto estraneo, ma cercano un patto con il terreno. E’ una modernità che non vuole essere gentile: vuole essere vera, aderente, quasi fisica. E’ il tipo di edificio che, anche se lo osservi da lontano, ti fa capire che non stai guardando una casa qualunque, ma un’idea precisa di abitare l’Isola. Nello stesso clima, datato circa 1959-1963, pubblicato anche su Domus 367 (giugno 1960), BBPR torma con un’altra storia, questa volta legata a Capo Stella: un pano di sviluppo turistico elaborato in più versioni fra fine anni Cinquanta e primi Sessanta, con la collaborazione del paesaggista Pietro Porciani. E’ uno di quei progetti che, anche quando vengono realizzati solo in parte, lasciano un’impronta culturale: suggeriscono un modo di costruire che segue la roccia, che non “pareggia” il terreno, che prova a non trasformare la costa in un fronte uniforme. E’ la stagione in cui l’architettura italiana si interroga su una domanda delicatissima: come si abita il Mediterraneo senza consumarlo? L’Elba diventa un campo di prova. Poi arriva Giò Ponti e la storia cambia tono. Capo Perla, a Capoliveri, ospita due opere che sono diventate quasi mitiche: la Villa Allungata (1960-61 con Cesare Casati) e la Villa Ottagonale (1961). Sono due “poesie” diverse sullo stesso tema. La prima è una linea che accompagna lo sguardo e sembra voler misurare il paesaggio; la seconda è una forma geometrica netta, quasi assoluta, che costruisce un centro e un ordine dentro la luce mediterranea. Non serve essere esperti per percepire la differenza: Ponti, qui, non sta disegnando solo una casa vacanza, sta mettendo in scena una relazione con l’orizzonte. E’ architettura che nasce per un committente, certo, ma finisce per diventare immaginario collettivo. Anche solo sapere che esistono, su quell’Isola, cambia la percezione dell’Elba.
L’articolo, pubblicato nel magazine di promozione turistica Elba Per2 e non solo… Edizione 2026/2027, è stato scritto da Massimiliano Pardi.
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