All’Elba una tradizione gastronomica autoctona e fortemente caratterizzata non esiste. Quella elbana si colloca nella tradizione della cucina toscana, marcata da influssi derivanti dai diversi contatti che gli abitanti dell’isola hanno avuto nei secoli con altre popolazioni: liguri, maremmani, francesi, ebrei, corsi e spagnoli. Si tratta beninteso di cucina povera, non avendo l’isola mai avuto una prosperità tale da permettere sprechi. Eppure, tutti i diversi influssi culinari qui pervenuti, hanno avuto una “traduzione” particolare, all’insegna della semplicità, della frugalità, della leggerezza, dell’uso occulto delle nostre erbe aromatiche. Proprio queste ultime, insieme alle erbe di campo selvatiche, svolgono un ruolo assai importante nella nostra cucina. Basterebbe ricordare l’unico piatto a base di riso, tipicamente elbano, riese nello specifico. Anticamente gli abitanti di questo borgo, impegnati nel duro lavoro delle miniere, chiamavano i lombardi, in realtà emiliani, a zappare nelle vigne. Questi emiliani si portavano il loro sacchetto di riso e lo cucivano con quello che trovavano: fagioli, finocchio selvatico, tranapecori. Ed ecco nato uno dei piatti tipici della nostra cucina. In effetti le selvatiche erbe di campo (come i sopra citati tranapecori, ma anche la bietola e la cicoria selvatica, la borragine, il finocchio e l’asparago selvatico) hanno svolto un ruolo fondamentale nella cucina elbana, saltate in padella, nelle frittate, nelle minestre.